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Regulation of the uncoupling protein gene (Ucp) by .beta.1, .beta.2, and .beta.3-adrenergic receptor subtypes in immortalized brown adipose cell lines.pdf

by Elizabeth Rohlfs, Kiefer Daniels, Richard Premon, Leslie Kozak, Sheila Collins
J of Biol Sci (2000)

Abstract

Sintesi e commento Opera di grandissimo interesse sul mistero trinitario di Dio visto dal punto di vista di una teologia femminista. Anzitutto si riprendono i temi caratteristici di tale orientamento, in particolare la possibilità e la necessità di leggere il mistero di Dio a partire da immagini e simboli femminili, pur compresi in senso analogico. L'A. cerca quindi di attuare tale intento in rapporto alla Trinità interpretando sia le tre persone singolarmente che unitariamente (la natura divina) a partire da immagini femminili, riprendendo sviluppando le categorie bibliche sapienziali; il discorso viene sviluppato dimostrando la profonda sintonia di quest'approccio sia con la teologia tradizionale - nei suoi aspetti migliori - e con le istanze del femminismo, in particolare la dimensione della reciprocità e il rifiuto del dominio di un essere umano sull'altro. Da tale lettura le tre Persone divine emergono come le realtà viventi per eccellenza e promuoventi la vita della creazione, e l'unità di Dio (la natura divina) come il nostro esprimere la realtà ontologicamente relazionale del mistero di Dio in cui è la relazione reciproca (e non subordinata) di ogni persona con le altre a costituirla tale. Il Dio trino, che fa spazio dentro di sé per generare la vita - e qui sono in gioco i simboli femminili - conosce anche la sofferenza, da intendersi in senso analogico e non causata da un suo limite intrinseco ma dalla sua condivisione della vicenda della sua creazione. Anche se l'opera appare solidamente fondata sulla tradizione teologica e le varie prospettive vengono argomentate in modo convincente il dialogo con i maggiori teologi del '900, non mancano alcune ragioni di perplessità. In primo luogo, come in tutte le teologia della liberazione, vi è una sorta di identificazione tra peccato e oppressione, intesa come privazione della libertà o della vitalità; anziché vedere tale oppressione come conseguenza di un'opzione peccaminosa individuale, si tende ad identificarla con il peccato in quanto tale che viene vinto dall'azione liberante di Dio. Insomma, si scambia la conseguenza con la causa: il peccato sembra essere costituito solamente dal danneggiare gli altri, mentre laddove c'è rispetto della loro libertà e della loro vita non c'è peccato. Laddove c'è rispetto degli altri non c'è bisogno di salvezza. Il secondo elemento problematico è il carattere reciproco del rapporto tra Dio e la creazione (p. 235 ss). Se da un lato si riafferma la libertà di Dio nel creare, per cui la creazione non è una necessità inerente alla natura divina ma un atto libero, d'altro lato si afferma anche che con la libera scelta di creare Dio è entrato in una interdipendenza con la creazione stessa, per cui vi è una influenza reciproca. Anche se l'A. è molto attenta a non attribuire a Dio qualcosa che vada a detrimento del suo essere la pienezza dell'essere, il discorso è però sviluppato in modo tale che pare compromettere la trascendenza di Dio. Se la reciprocità comporta la sofferenza di Dio dovuta alla partecipazione alla vicenda della creazione, allora non tocca la trascendenza divina; se però essa comporta altro, ad esempio il mutamento nel volere divino, allora le cose stanno diversamente. Su questo punto il discorso non pare sufficientemente articolato.

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